Chi è ?
Era il 4973 a.c. quando nacque per la seconda volta. Le orme impresse sulla spiaggia di qualcuno lo trovarono tra la schiuma della risacca, bollicina tra le bolle, cullato dal padre di sua madre. Salmastro; così lo chiamava la madre di suo padre e quello era il suo nome urlato da molti, sentito da nessuno.
Un pescatore di cavallucci marini ne udì lo sciabordare nell’asciutto bagnato di quando la terra si getta rotolando verso il mare e lo pose in un secchio di rami intrecciati sì fittamente da far passare solo un ago di luce; lo raccolse come si raccoglie un frutto dal ramo, la stessa identica delicatezza verso la polpa tenera e succosa, lo avvolse nel suo mantello di lana caprina e setole di cinghiale e se lo portò. Lancio divenne il suo nome nell’eco di quello sforzo rotatorio e muscolare impresso più e più volte allo stendersi dei nodi nel passaggio dalle mani all’acqua e Lancio fu per tutti il trovato del cercare.
Appena staccò le mani da terra e le sue impronte divennero la metà di quelle che erano, se ne partì e da allora vive solamente sulle labbra di chi racconta ad altri di sporadiche visioni.
Molti, passando per strade bianche di luna, giurano di averlo scorto casualmente, inghiottito dalla nebbia, nei campi appena arati, mangiare voracemente zolle di terra mandate giù con sorsate di rugiada spremuta dalle foglie dei boschi intorno fattisi spugne per asciugare le nuvole basse dei mattini autunnali; mai il suo stomaco aveva conosciuto sangue di carne animale e mai il suo intestino ne aveva fatto feci; brancate d’erba e polline di fiori soltanto come api a ronzargli intorno e placare la sua fame; altri spiando dalle crepe della sua dimora, che poi crepe non sono, ma regali del tempo che quotidianamente passa a fargli visita, narrano di averlo visto intento a tessere lunghi fili di lana per ore ed ore, giorni e notti, lana che poco prima ricopriva le nudità delle sue 1000 e più pecore sparse e sperse nelle piane ad attutire l’urto delle stelle cadenti, fili che poi puntualmente usa intrecciare con crini di cavallo e seta di ragnatele, fino a farne lenzuola per coprire dal freddo dell’ ipocrisia i bambini appena nati e nutriti con il latte di quelle che restano sparse e sperse.
Altri ancora giurano innanzi alla croce di Cristo che sta di fronte, di averlo incontrato mentre tagliava cavi elettrici con cesoie per tosare le pecore e soffiare con tutta l’aria che aveva nei polmoni sulle lampadine delle case e dei negozi di città apparecchiando con il buio la tavola luccicante dove ognuno si perde a guardare nel piatto dell’altro !
La maggior parte di coloro che l’hanno visto dicono essere muto perché ogni forma di saluto non trova da lui risposta, la minor parte di questi per il medesimo motivo, sostiene invece esser sordo e che probabilmente l’aria mossa dalle onde sonore non raggiunga le sue orecchie, tutti però all’unisono dicono che cieco non lo sia e che conosca ogni centimetro della terra che calpesta perché la testa e lo sguardo fisso verso il basso non gli fanno sfuggire nemmeno l’ impercettibile e lento trasformarsi di una crisalide.
Cammina e raccoglie sassi che poi nelle notti in cui nemmeno la luna ama farsi vedere, incolla con miele selvatico sui muri delle case altrui a formare spirali che al solo guardarle gira la testa e parte un treno di pensieri che raccontano di se.
Dicerie, cicalare di comari… Come potrebbe stare immobile ad ascoltare lo sbattere d’ali delle libellule allora, e come urlare sotto l’esatto centro dell’orsa maggiore: nascimme tutt u quant a stessa manera ma nun murimme tutt u quant uguale!!!
Conta gli anni sommando i mesi, i mesi sommando i giorni, i giorni sommando le ore, le ore sommando i minuti, i minuti sommando i secondi e tutto osservando, senza mai sbattere le ciglia, il roteare di quella enorme giostra che gli altri, quelli un poco più lontani da lui, chiamano erroneamente universo ! Come si può definire uni-verso uno spazio così grande da contenere molteplicità di direzione arbitrarie ? Discussioni difficili alle quali castagni, faggi ed altri tal signori assistono notte dì. Colto di vita e dalla vita colto, sta lì circondato da chi non lo circonda ma che ama lui stesso circondare.
Spesso chi lo ha incrociato agli incroci del mondo, racconta che tenga in mano una strana radice a forma di Y che inizia a tremare all’avvicinarsi dell’acqua, come se ne avesse dentro di se memoria e trasalisse al suo ricordo, ma l’acqua è memoria e la memoria è ricordo indelebile, presente e presuntuoso tanto da martellare chiodi nel cervello di chi ne ha.
Per questo appollaiato sul secco degli alberi in cui la linfa non scorre più, ne stacca rami a morsi, li accosta orizzontalmente e li lega con tralci di vite a darne nuova vita da far galleggiare sull’acqua come galleggia un feto nella pancia delle donne gravide di speranza e poi nell’attesa della neve che tutto ovatta, scivola giù dai bianchi declivi verso la sola corrente che conosce, quella che porta ad essere di nuovo cullato dal padre di sua madre e di nuovo a sentire la voce della madre di suo padre che urla: Salmastro! E’ li, che si scioglie il ghiaccio e si torna ad A-MARE !